6) Locke. Le idee.
Il filosofo inglese vuole precisare all'inizio dell'opera che cosa
egli intende con la parola "idea", cio tutto ci che  oggetto
della nostra intelligenza quando pensiamo.
J. Locke, Saggio sull'intelletto umano, Introduzione, paragrafo 8
(pagina 181).

Questo  ci che mi  parso necessario dire dell'occasione che mi
ha fatto intraprendere il presente lavoro. Ma prima di entrare in
argomento, pregher il mio lettore di scusare il frequente uso
della parola idea nel seguente trattato. Essendo questo termine, a
quanto mi sembra, il meglio appropriato a significare tutto ci
che  oggetto della nostra intelligenza quando pensiamo, me ne son
servito ad esprimere tutto ci che si intende con le parole
fantasma, nozione, specie o qualunque cosa occupi il nostro
spirito quando esso pensa; e non avrei potuto evitare di
servirmene spesso.
Credo che non si far fatica a concedermi che esistono tali idee
nello spirito degli uomini. Ognuno ne  consapevole in s, e pu
assicurarsi dai loro discorsi e dalle loro azioni che esse si
trovano anche negli altri.
J. Locke, Saggio sull'intelligenza umana, Bari, Laterza, 1951,
volume primo, pagina 31.

G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/4. Capitolo
Otto.
7) Locke. Contro l'innatismo.
Locke confuta la dottrina tradizionale sulle idee innate
osservando che non esiste su di esse un consenso universale, che
queste idee possono essere apprese, eccetera Egli ammette per
l'esistenza di tendenze innate.
J. Locke, Saggio sull'intelletto umano, primo, capitolo primo (
pagine 181-182).

Nulla, si assume,  pi garantito di questo: che ci sono certi
principi, sia speculativi sia pratici (poich si parla di
entrambi) sui quali tutta l'umanit universalmente  d'accordo;
perci, si argomenta, essi devono essere impressioni permanenti
che l'anima umana riceve fin dal primo momento della sua esistenza
e che porta in se stessa entrando nel mondo, con la stessa
necessit e con la stessa realt con la quale essa porta una
qualsiasi delle facolt che le sono inerenti. Ma, ed  la cosa
peggiore, questa argomentazione del consenso universale, che viene
impiegata per provare l'esistenza di princpi innati, mi sembra
una dimostrazione che non c' nessun principio al quale tutta
l'umanit dia il proprio universale consenso. E' evidente che
tutti i bambini e gli idioti non hanno la minima apprensione o il
minimo pensiero di quei princpi. E la mancanza di ci 
sufficiente a distruggere quel consenso universale che deve
necessariamente accompagnare tutte le verit innate.
Se ci sia qualche principio morale di questo genere, sul quale
tutti gli uomini siano d'accordo, io lo chiedo a chiunque abbia
una pratica anche soltanto modesta della storia dell'umanit e
abbia guardato fuori al di l del camino di casa sua. Dov' quella
verit pratica che viene universalmente riconosciuta, senza dubbio
o senza perplessit, come dev'essere nel caso di una verit
innata? Pare che sulla giustizia e sul rispetto dei contratti la
maggioranza degli uomini mostrino di essere d'accordo. E si pensa
che questo principio si estenda fino alle caverne dei ladri e alle
associazioni dei peggiori malfattori: anche quelli che sono andati
molto in l verso la perdita di qualsiasi aspetto di umanit,
tuttavia tengono fede ai patti stipulati l'uno con l'altro e alle
regole di giustizia nei rapporti reciproci. Ammetto che i banditi
stessi si comportino a questo modo l'uno nei confronti dell'altro;
ma fanno ci senza ricevere queste cose come le leggi innate di
natura. Le praticano come regole di convenienza all'interno delle
loro comunit, ma  impossibile pensare che accolga la giustizia
come un principio pratico chi agisce onestamente verso i suoi
compagni di brigantaggio e allo stesso tempo depreda o uccide il
primo onest'uomo che incontra. La giustizia e la verit sono i
legami comuni della societ, e perci perfino i banditi e i
briganti, che hanno spezzato i legami con tutto il mondo esterno,
devono tener fede ai patti e alle regole di equit nei loro
rapporti; altrimenti non possono stare insieme. Ma chi dir che
quelli che vivono di frode e di rapina hanno princpi innati di
verit e di giustizia, princpi che ammettono e ai quali danno il
loro assenso? La natura, lo ammetto,  ha messo nell'uomo un
desiderio di felicit e un'avversione all'infelicit: questi sono
davvero princpi pratici innati, i quali, come i princpi pratici
devono fare, effettivamente continuano costantemente a operare e a
influenzare tutte le nostre azioni senza smettere mai, possono
essere osservati in tutte le persone e in tutte le et, continui e
universali; ma queste sono inclinazioni dell'appetito verso il
bene, non impressioni della verit sul nostro intelletto. Nasce di
qui naturalmente la grande variet di opinioni riguardanti le
regole morali, che possono essere trovate tra gli uomini, secondo
le differenti specie di felicit che essi si prospettano o che si
propongono di raggiungere; e non potrebbe essere cos se i
princpi pratici fossero innati e fossero impressi nel nostro
spirito immediatamente dalla mano di Dio... Dio ha unito, con una
connessione inseparabile, la virt e la pubblica felicit, e ha
reso la pratica della virt necessaria alla conservazione della
societ e evidentemente benefica a chiunque abbia a che fare con
un uomo che la pratica. Perci non c' da stupire che ciascuno non
solo non riconosca, ma raccomandi ed esalti le regole della morale
presso gli altri, perch  sicuro che dalla loro osservanza o di
parte di essi trarr qualche vantaggio per s. Egli pu, guidato
dall'interesse, come dalla convinzione, proclamare che quelle
regole sono sacre, perch esse sono tali che, se anche una sola
volta vengono calpestate e profanate, egli stesso non pu pi
essere n sicuro n salvo.
Quali che siano le cose che si dicono quando si parla di princpi
innati, speculativi o pratici, non c' nessuna probabilit che sia
giusto pensare che certe proposizioni sono innate, quando non si
pu supporre che le idee, intorno alle quali quelle proposizioni
vertono, lo siano: proprio come dire che un uomo ha in tasca cento
sterline, e tuttavia negare che egli abbia in quella tasca o
soldi, scellini, corone o altre monete, che tutte insieme facciano
quella somma. Il fatto che quelle proposizioni siano generalmente
accettate e ricevano consenso non prova che le idee espresse in
esse siano innate, perch in molti casi, quale che sia il modo in
cui le idee sono pervenute, segue necessariamente l'assenso alle
parole che esprimono l'accordo o disaccordo di quelle idee.
Quando gli uomini hanno trovato alcune proposizioni generali, che
non potevano essere messe in dubbio, non appena venivano comprese,
era, lo riconosco, breve e facile il cammino che conduceva a
concludere che esse erano innate. Una volta accettata, questa
conclusione liber il pigro dalle fatiche della ricerca e imped a
chi aveva dubbi concernenti tutto ci che una qualche volta era
stato considerato come innato di condurre avanti la propria
ricerca. Ed era un vantaggio non piccolo per quelli che si
presentavano come maestri e insegnanti considerare questo come
principio di tutti i princpi: che i princpi non debbono essere
messi in discussione. Infatti, una volta stabilita questa
credenza, che ci sono princpi innati, i suoi seguaci furono posti
nella necessit di accettare alcune dottrina come tali; il che
voleva dire privarli dell'uso della propria ragione e del proprio
giudizio, e porli nella condizione di credere e accettare quelle
dottrine sulla base della fiducia, senza ulteriore esame. Messi in
questa posizione di cieca credulit, potevano essere pi
facilmente governati e diventavano pi utili per una certa specie
di uomini, che avevano l'abilit e il compito di dettar loro i
princpi e di guidarli. E non  piccolo il potere che d a un uomo
su di un altro avere l'autorit di essere il dittatore di princpi
e l'insegnante di verit che non si mettono in dubbio, e di fare
inghiottire a un uomo come un principio innato tutto ci che pu
servire al proposito di chi lo insegna. Invece, se avessero
esaminato i modi in cui gli uomini sono pervenuti alla conoscenza
di molte verit universali, avrebbero trovato che esse si formano
nello spirito degli uomini a partire dall'essere delle cose
stesse, quando vengono debitamente considerate e che erano
scoperte in base all'applicazione delle facolt adattate dalla
natura a ricevere e a giudicare quelle cose, se impiegare nei
debiti modi intorno a esse.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
tredicesimo, pagine 632-634.
